Elena
Che l’autobus fosse spesso in ritardo ormai si sapeva. Ma Elena correva, ogni volta, tormentata dalla stessa ansia di essere ripresa e biasimata. Si diceva che il preside avesse scritto alla società di trasporti per segnalare i ripetuti ritardi dei ragazzi che abitavano su quella linea. In concreto aveva ottenuto che l’autista non rilasciasse più gli abbonamenti, operazione che prolungava le soste alle fermate la prima mattina di ogni mese. Bisognava andare direttamente agli uffici della società, giorni prima, tra mugugni di genitori e impiegati. Rimaneva il problema dei giorni di neve, contro cui il preside non avrebbe potuto scagliarsi.
Lo squittìo delle catene allacciate alle gomme delle auto attutito dalla neve sull’asfalto, sui marciapiedi, gli alberi e i tetti. I richiami sordi dei ragazzi che affluivano alla fermata ed Elena che fissava la salita contando i minuti finché vedeva il muso arancione che scendeva prudente verso di loro.
Si saliva uno alla volta ammassati sulla porta davanti, scuotendosi addosso la neve dai cappucci e dagli ombrelli. Abbonamento alla mano, l’autista pinzava il numero giusto o quello sbagliato, non fa niente, e avanti, c’è posto in fondo, a cercare un equilibrio tra zaini, braccia, piumini e giacconi imbottiti e quella sbarra per tenersi ancora troppo alta. E i discorsi in quella calda umidità che faceva sudare, di compiti in classe, professori e ragazzi carini, a cui Elena, nella sua cauta diligenza, non voleva sottrarsi. E la corsa sulla neve calpestata, decine di metri dal capolinea all’ingresso della scuola media. Se li lasciava tutti dietro, quelli che se la prendevano con comodo, che si fermavano al chiosco per comprare lo spuntino di metà mattina, perché tanto il preside conosceva i motivi e il professore della prima ora non li avrebbe ripresi.
Elena correva perché il suo senso di responsabilità le impediva di accumulare un ritardo individuale su quello collettivo. E con la stessa esattezza si occupava dei compiti a casa, sceglieva le letture, calibrava i rapporti con i compagni di scuola.
Ai ragazzi che le nascondevano l’astuccio per il solo piacere ancora non decifrato di sentire i suoi occhi su di loro chiedeva soltanto di restituirglielo appena possibile, con due tre parole al massimo, senza concedergli il godimento di un rimprovero di civetta. A quattordici anni Primo Levi era già entrato nella sua vita, l’universo affabulatorio di Calvino era un pezzo della sua anima. Studiare non era mai stato un problema, come nutrirsi e respirare, per Elena un atto del vivere quotidiano. E per questo andava fatto con precisione assoluta.
Al liceo notò che i ragazzi erano diventati meno invadenti, più timidi. Non capiva come questo cambio di rotta potesse farle provare un lieve dispiacere. Le attenzioni nei suoi confronti non erano finite, si erano fatte più prudenti, come se i ragazzi si tenessero a distanza per studiarla, assorbire le sue reazioni alla loro presenza, calcolare il grado di successo. In seconda liceo decise di perdere la verginità con il compagno di classe che da lei si era tenuto più lontano. Di lui si diceva che avesse paura di consumare le parole. Elena sentiva il suo sguardo quando parlava con gli altri durante l’intervallo, percepiva il suo desiderio di starle vicino. Fu lei a chiedergli di vedersi un sabato d’autunno.
Con metodo e dedizione Elena fece sgorgare lunghi discorsi dalla sua bocca, frasi che si articolavano per descrivere pensieri e desideri. Ma in lui conobbe un grande ascoltatore, qualcuno che sapeva restare in silenzio per lunghi minuti mentre lei parlava e poi intervenire, al momento giusto, per aggiungere, appuntare, sottolineare, contribuire a costruire insieme quello che chiamarono il loro modo di stare al mondo.
Elena si dedicò a lui con la passione amorosa che aveva assorbito dai libri di Tondelli. Sdraiata sotto di lui sul letto della sua camera abbassò le palpebre in quel modo delicato che la fece vibrare. Misurò la prevalenza del dolore sul piacere quando lui spinse lentamente il suo pene dentro di lei per la prima volta. Patì il godimento dei suoi ansiti strozzati, quel suo andare e venire tra le sue gambe, la dolcezza del suo fiato sulla bocca. Assecondò con le mani e il bacino il ritmo crescente delle sue spinte. Scrutò dentro di sé quel meccanismo che leniva il dolore e accresceva il piacere. Ascoltò l’esplosione che dalla pancia di lui saliva alla gola e si stupì, all’improvviso, di sentirlo rallentare, quando ancora si aspettava che dell’altro dovesse venire.
Seguirono memorabili pomeriggi di sesso, secondo le diverse tecniche che insieme sapevano inventare, in camera sua o a casa di lui, a seconda degli impegni dei genitori o della benzina nel motorino. Ore alla scrivania, davanti ai libri, con le mani a frugare nei vestiti dell’altro. E poi a nascondersi dietro l’anta aperta dell’armadio, con le orecchie tese ai movimenti nelle altre stanze. E quella voglia di farsi abbracciare, ogni volta, dopo essersi asciugati, l’eccitazione che sfumava nel rosso delle guance, e quel modo che aveva lui di stringerla, così meccanico, col passare delle stagioni, Elena se ne era accorta, solo un gesto dovuto, un’abitudine consolidata.
A un anno esatto dalla loro prima lunga discussione tra le strade del centro e le panchine dei parchi, Elena trovò le parole per dirgli che avevano smarrito quel loro modo di stare al mondo. Entrambi avevano costruito uno spazio separato e indifferente. Il distacco era solo l’ultimo atto. Così lui se ne andò a consumare parole d’amore e costruire nuove intimità altrove, in quel modo delicato e seducente che proprio lei gli aveva indicato. E lei si trovò a dover applicare il pensiero lucido e lo sguardo acuto di cui era dotata verso nuove fondamentali scoperte.
Lo squittìo delle catene allacciate alle gomme delle auto attutito dalla neve sull’asfalto, sui marciapiedi, gli alberi e i tetti. I richiami sordi dei ragazzi che affluivano alla fermata ed Elena che fissava la salita contando i minuti finché vedeva il muso arancione che scendeva prudente verso di loro.
Si saliva uno alla volta ammassati sulla porta davanti, scuotendosi addosso la neve dai cappucci e dagli ombrelli. Abbonamento alla mano, l’autista pinzava il numero giusto o quello sbagliato, non fa niente, e avanti, c’è posto in fondo, a cercare un equilibrio tra zaini, braccia, piumini e giacconi imbottiti e quella sbarra per tenersi ancora troppo alta. E i discorsi in quella calda umidità che faceva sudare, di compiti in classe, professori e ragazzi carini, a cui Elena, nella sua cauta diligenza, non voleva sottrarsi. E la corsa sulla neve calpestata, decine di metri dal capolinea all’ingresso della scuola media. Se li lasciava tutti dietro, quelli che se la prendevano con comodo, che si fermavano al chiosco per comprare lo spuntino di metà mattina, perché tanto il preside conosceva i motivi e il professore della prima ora non li avrebbe ripresi.
Elena correva perché il suo senso di responsabilità le impediva di accumulare un ritardo individuale su quello collettivo. E con la stessa esattezza si occupava dei compiti a casa, sceglieva le letture, calibrava i rapporti con i compagni di scuola.
Ai ragazzi che le nascondevano l’astuccio per il solo piacere ancora non decifrato di sentire i suoi occhi su di loro chiedeva soltanto di restituirglielo appena possibile, con due tre parole al massimo, senza concedergli il godimento di un rimprovero di civetta. A quattordici anni Primo Levi era già entrato nella sua vita, l’universo affabulatorio di Calvino era un pezzo della sua anima. Studiare non era mai stato un problema, come nutrirsi e respirare, per Elena un atto del vivere quotidiano. E per questo andava fatto con precisione assoluta.
Al liceo notò che i ragazzi erano diventati meno invadenti, più timidi. Non capiva come questo cambio di rotta potesse farle provare un lieve dispiacere. Le attenzioni nei suoi confronti non erano finite, si erano fatte più prudenti, come se i ragazzi si tenessero a distanza per studiarla, assorbire le sue reazioni alla loro presenza, calcolare il grado di successo. In seconda liceo decise di perdere la verginità con il compagno di classe che da lei si era tenuto più lontano. Di lui si diceva che avesse paura di consumare le parole. Elena sentiva il suo sguardo quando parlava con gli altri durante l’intervallo, percepiva il suo desiderio di starle vicino. Fu lei a chiedergli di vedersi un sabato d’autunno.
Con metodo e dedizione Elena fece sgorgare lunghi discorsi dalla sua bocca, frasi che si articolavano per descrivere pensieri e desideri. Ma in lui conobbe un grande ascoltatore, qualcuno che sapeva restare in silenzio per lunghi minuti mentre lei parlava e poi intervenire, al momento giusto, per aggiungere, appuntare, sottolineare, contribuire a costruire insieme quello che chiamarono il loro modo di stare al mondo.
Elena si dedicò a lui con la passione amorosa che aveva assorbito dai libri di Tondelli. Sdraiata sotto di lui sul letto della sua camera abbassò le palpebre in quel modo delicato che la fece vibrare. Misurò la prevalenza del dolore sul piacere quando lui spinse lentamente il suo pene dentro di lei per la prima volta. Patì il godimento dei suoi ansiti strozzati, quel suo andare e venire tra le sue gambe, la dolcezza del suo fiato sulla bocca. Assecondò con le mani e il bacino il ritmo crescente delle sue spinte. Scrutò dentro di sé quel meccanismo che leniva il dolore e accresceva il piacere. Ascoltò l’esplosione che dalla pancia di lui saliva alla gola e si stupì, all’improvviso, di sentirlo rallentare, quando ancora si aspettava che dell’altro dovesse venire.
Seguirono memorabili pomeriggi di sesso, secondo le diverse tecniche che insieme sapevano inventare, in camera sua o a casa di lui, a seconda degli impegni dei genitori o della benzina nel motorino. Ore alla scrivania, davanti ai libri, con le mani a frugare nei vestiti dell’altro. E poi a nascondersi dietro l’anta aperta dell’armadio, con le orecchie tese ai movimenti nelle altre stanze. E quella voglia di farsi abbracciare, ogni volta, dopo essersi asciugati, l’eccitazione che sfumava nel rosso delle guance, e quel modo che aveva lui di stringerla, così meccanico, col passare delle stagioni, Elena se ne era accorta, solo un gesto dovuto, un’abitudine consolidata.
A un anno esatto dalla loro prima lunga discussione tra le strade del centro e le panchine dei parchi, Elena trovò le parole per dirgli che avevano smarrito quel loro modo di stare al mondo. Entrambi avevano costruito uno spazio separato e indifferente. Il distacco era solo l’ultimo atto. Così lui se ne andò a consumare parole d’amore e costruire nuove intimità altrove, in quel modo delicato e seducente che proprio lei gli aveva indicato. E lei si trovò a dover applicare il pensiero lucido e lo sguardo acuto di cui era dotata verso nuove fondamentali scoperte.
14 commenti:
è stato un piacere conoscere Elena. Ma è una lontana parente del picaro?
anche lei pistoiese
pignola anche elena, mi sembra...
PiriPignoli
evidentemente ho un debole per queste qualità. rare.
Elena non mi riempirebbe i cestini.
il mal voluto non èmai troppo!
Che bello!!!!!! son felice che con il tuo stile così amato tu abbia portato (a me, perchè l'ho letto solo oggi)un po' di sole e serenità in questo odioso inizio settimana di pioggia e di freddo.
grazie, grazie, grazie!
caraCacu, i tuoi commenti sono sempre rassicuranti. Chissà che penserà di questo intermezzo il nostro cremonese un po' valdostano sedicente torinese?
credo proprio che gli piacerà... sempre che si decida a fare 'cucù'!
chissà perchè sempre toccata e fuga? BOHHHHH! ciao
troppi impegni
L'anonimo dei commenti precedenti sono io, non so per quale arcano mistero è scomparso il mio nome e la mia fotina! ... ma io mi sono sempre firmata :-)
Posso immaginare che sia una volontà del blog di resuscitare da questo letargo?!
È il blog che urla dalla terra sotto cui è sepolto: "fabbbbbbbbioooo (è meridionale pure lui) dissotterami!!!!"
Piripiri!
Bello...
:-)
[nm]
Carino.Mme Bovary c'est toi!!
Eliogabalo
nevio,
sinteticamente grazie.
Elio,
e m.lle Elena chi sarebbe?
... la domanda risulta inutile, essendo la protagonista!
vabbé, il bello degli autori veri, è che non son perfetti.
bello comunque "il pezzo"
eliogabalo
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